Articolo a cura di Paolo De Donno

Non amo particolarmente il termine “ipnositerapia”: esso presuppone che l’ipnosi in quanto tale, ossia uno stato di trance associato alla suggestione, “curi” o “guarisca” qualcuno o qualcosa.

Come ho scritto nell’articolo precedente l’ipnosi è “strumento di terapia”, psicoterapia nei casi che state per leggere, così come un bisturi è strumento di chirurgia e un antibiotico/antinfiammatorio è strumento in medicina generale.

La precisazione è cruciale: senza un preciso approccio, una ben strutturata tecnica, una solida teoria del trauma e della mente e infine un preciso obiettivo di ristrutturazione/integrazione della personalità disturbata/ferita, l’uso dell’ipnosi rischia di essere solo un fenomeno curioso e spettacolare.

E non è un caso che ancora oggi la parola “ipnosi” susciti così tante diverse espressioni e sfumature di comprensione che vanno dalla ricerca sperimentale più accreditata allo spettacolo teatrale o televisivo.

Quello che riporto nelle righe che seguono quindi è un modus operandi in cui, dall’anamnesi al progetto terapeutico, l’ipnosi è usata con uno scopo ben preciso:

  • facilitare la relazione col paziente
  • aiutarlo a riappropriarsi delle sue risorse (memoria, gestione emotiva, fiducia in sé)
  • proporre schemi e credenze nuove in cui un suo vecchio paradigma (es. “La gente mi evita, mi mettono sempre da parte, sono grassa, a mio padre non sono mai piaciuto, quando capita questo mi arrabbio e perdo il controllo”)
  • si avvii a cambiamenti in maniera spesso rapida e, col consenso del paziente stesso, in modo da avere una maggiore libertà di scelta dei comportamenti da adottare, magari libero dalle vecchie trappole psicosomatiche che gli impedivano di adottare proprio quei nuovi comportamenti finalmente più adattivi e soddisfacenti

Caso 1: la pelle che parla

A., 59 anni, titolare d’azienda assieme al fratello, evidente sovrappeso, sposato da 35 anni, due figli, inviato dal suo medico dopo violente discussioni accadute in famiglia.

Il medico di base lo ha ripetutamente invitato a consultare uno psicoterapeuta negli anni precedenti ma senza successo, solo ultimamente si è deciso perché ”Mi faccio schifo da solo con queste squame sulla pelle, con questa maledetta psoriasi che mi tiro dietro da quando ero adolescente”. Nega le liti e le discussioni in famiglia riportate dal medico nella letterina indirizzata a me. È disposto a raccontare solo la sua psoriasi.

Mi dice che negli ultimi 3 mesi le cose sono peggiorate, ha seguito infinite terapie dermatologiche ed è reduce da una settimana in reparto ospedaliero dove lo hanno coperto di pomate e incellofanato come un salame (sue parole) oltre ai soliti farmaci che prende da anni che danno una leggera remissione, ma poi… tutto riesplode come prima.

Appare come un uomo agitato e inquieto, oltre a grattarsi in continuazione per evidenti motivi, ha spesso un tono di voce esagerato, mi fissa negli occhi come a volersi difendere e/o scusare di chissà cosa, agita mani e braccia come a scacciare pensieri strani quando chiedo informazioni sulla sua vita in famiglia.

Il pensiero appare a tratti caotico e incoerente, soprattutto quando (e devo farlo con fatica e ripetutamente) mi informo sulla sua famiglia e sui rapporti con suo padre, morto da poco, e suo fratello, insieme al quale ha ereditato finalmente tutta l’azienda… ma diviene iroso: “Io son qui per la psoriasi, mica per queste cazzate!”

Presto mi rendo conto che si tratta di uno di quei pazienti che non amano troppo essere interrogati, la sua collaborazione all’anamnesi è pressoché nulla. Emerge anche un certo fastidio nei confronti della figura dello psicologo (”Non so nemmeno che ci faccio qui io”) ma è altrettanto evidente la sua disperazione per una condizione che lo fa sentire imbarazzato e indesiderato (sue parole).

Induco fin dalla prima seduta una trance quanto più profonda possibile. Non gli chiedo di parlare mentre si trova in ipnosi, anzi approfitto della sua responsività all’ipnosi per elicitare fenomenologie di trance piuttosto imponenti: catalessi delle braccia e delle gambe, lo sfido ripetutamente a muoverle e si accorge che non riesce a farlo con la sua “volontà”, voglio creare in lui la sensazione chiara e netta che “qualcun altro” può decidere cosa deve fare il suo corpo. Lui non ha più il controllo adesso, non ha più nessuna responsabilità… decido io.

Naturalmente si tratta di una metodologia ampiamente sperimentata e che qualunque ipnologo conosce bene. Il paziente non è in balia del professionista e non farebbe mai atti contrari alla sua attitudine morale, ma in questo momento decido di provare a tenerlo lontano dal suo “Io” così irrigidito e difensivo e le competenze ipnotiche che vado ad insegnarli sembra che riescano a farlo.

Termino questa prima seduta con A. che esce dalla trance con attitudine perplessa, si guarda attorno stupito e muove gambe e braccia per assicurarsi che siano finalmente di nuovo sotto il suo controllo. Gli chiedo (senza guardarlo negli occhi, evito la sfida) come si sente adesso, mi dice che è strano quello che ha fatto ma… ”Mi sento bene, meglio di prima… come se la rabbia se ne fosse andata”.

Lo accompagno alla porta dello studio dicendogli che la prossima seduta mi dirà con chi è arrabbiato. Glielo comunico non come una proposta, ma come una prescrizione.

Seguono 3 ulteriori sedute in cui evito accuratamente domande sulla sua famiglia, evito anche di chiedergli come va con la psoriasi. Noto che il suo volto e la zona di nuca e collo iniziano a liberarsi, è chiaramente meno agitato, ma non gli chiedo più con chi è arrabbiato, non voglio per il momento rievocare una rabbia che sembra svanita.

Dalla seconda seduta in poi è entrato in studio sorridendo e con la voglia di fare due chiacchiere prima di stendersi sul lettino. Tuttavia indugio il meno possibile in convenevoli e induco quanto prima una trance profonda e faccio, quanto più possibile, sperimentare al paziente quanto sia diversa la percezione del suo corpo, delle sue sensazioni in ipnosi.

Oltre alle precedenti catalessi (rigidità degli arti e impossibilità a muoverli) sperimentiamo anche diverse percezioni di temperatura tra la mano destra e la mano sinistra: la destra ad esempio diviene più fresca semplicemente perché io toccandola ripeto la parola “freddo”, in seguito propongo con convinzione e ripetutamente di allucinare una pelle liscia e perfettamente guarita… come quando lui andava a far merenda dalla nonna a 12 anni. La cosa gli piace e continua a strofinarsi l’avambraccio mentre ripete in evidente stato di trance la parola “liscio”.

Alla quinta seduta accade qualcosa: il paziente non vuole andare sul lettino (in genere se ne rialzava soddisfatto e liberato dalla rabbia e tornava in seduta ansioso di ripetere l’esperienza), mi deve dire una cosa… inizia a piangere a denti stretti, esplode in una commozione dolorosa e trattenuta, singhiozza in evidente stato regressivo, come un ragazzo che ha troppo sopportato e ingoiato amaro per anni.

In breve viene fuori una storia di umiliazioni subite dal padre che lo ha sempre svalutato, anche e soprattutto in presenza di altri, a favore di suo fratello. Dopo la morte del padre sperava che tutto questo fosse finito e invece… il fratello continua sulla stessa linea di condotta paterna e sta attualmente approfittando per estrometterlo dai ruoli dirigenziali della ditta. Mi dice che non ce la fa più, che sua moglie non lo stima, che i suoi figli non lo rispettano, che è sempre stato così.

È impressionante questa confessione liberatoria da parte di un uomo che ha sempre negato ogni possibile introspezione, ogni possibile fiducia nel prossimo e che reagiva con la rabbia ai torti subiti senza mai sperimentare possibili comportamenti alternativi.

Sospendo le trance catalettiche e mi dedico a lunghe immaginazioni guidate in cui lascio libero il paziente di sperimentare “luoghi sicuri e piacevoli”, in trance lascio emergere ricordi d’infanzia in cui il padre sembrava essere più accogliente, propongo altri possibili vissuti in relazione all’azienda e al fratello (in seguito mi dirà che i rapporti col fratello sono migliorati), gli intimo ripetutamente che da ora in poi si sentirà libero di reagire con decisione e fermezza a ogni sopruso senza più tenersi dentro l’amarezza, lo farà da uomo sicuro di sé, senza bisogno di esplodere in crisi di rabbia perché adesso le persone lo sapranno ascoltare… insomma tutto l’armamentario, classico e non, della disciplina ipnotecnica ristrutturante. Sento che quest’uomo si trova davanti a una svolta.

Intorno alla decima seduta il suo medico mi telefona congratulandosi. Non aveva mai visto il suo paziente così libero dalla psoriasi (di cui tuttavia rimangono tracce evidenti ai gomiti e alle ginocchia, perlopiù vecchie lesioni) e mi dice che ha sospeso, tra gli altri, anche i farmaci ansiolitici e ipnotici perché A. dorme meglio.

Seguo il paziente per altri 4 mesi a cadenza settimanale, continua a progredire sia nel disturbo d’ansia generalizzato sia nella psoriasi. Attualmente lo vedo 1/2 volte l’anno. A distanza di 6 anni dalla nostra prima seduta non ha più ripresentato una psoriasi così invalidante, l’aveva avuta per oltre 40 anni!

Riflessioni

Potevo continuare con un’ipnosi direttiva e catalettica “imponendo al paziente di guarire”, “imponendo alla psoriasi di scomparire”, e di fronte a un eloquio così ridotto e poco collaborativo come si presentava in prima battuta poteva persino essere un’alternativa accettabile.

Migliaia di casi da sempre si risolvono in ipnosi senza una vera alleanza con l’Io del paziente, senza una vera e propria empatia e collaborazione spontanea, cosa che forse lascia perplessi i vecchi psicanalisti, ma non le migliaia di ipnologi fortemente appoggiati su risultati e validazioni scientifiche plurisecolari.

Tuttavia lo sciogliersi e l’abbandonarsi alla condivisione intervenuto alla quinta seduta ha permesso forse qualcosa in più in termini di consapevolezza cosciente, e ha permesso anche nuove alleanze del paziente con i suoi familiari più prossimi, lo ha reso “padrone” del suo cambiamento consentendo una più profonda ristrutturazione.

Caso 2: da sola non ci riesco!

Inviata da un amico che aveva seguito la terapia nel mio studio anni prima, S. si presenta subito come una donna emotiva e spaesata, nonostante i suoi 32 anni appare come una ragazzina, adolescente direi, sia nel vestire che nell’attitudine e nella postura: sguardo a terra, spalle curve, braccia conserte, ha le unghie delle mani mordicchiate fino alla carne viva… se le chiedo di guardarmi emerge una risatina nervosa che è incapace di frenare, così come un’agitazione psicomotoria che si esaspera se gliela faccio a mia volta notare.

Dice che mi ha contattato per imparare l’autoipnosi, che le hanno detto che con l’autoipnosi diventerebbe più sicura di sé. Approfitto per chiederle: “Se fossi più sicura di te, che faresti come prima cosa?” Torna a guardare a terra e rimane in silenzio per lunghi attimi, poi inizia a raccontare di studi lasciati a metà, lavori e lavoretti perduti per incostanza e mancanza di applicazione, relazioni amicali e amorose insoddisfacenti in cui lei si stufa e se ne va (sue parole). Emerge un notevole senso di precarietà e sfiducia.

Tuttavia sento che gira attorno a qualcosa: le prometto di insegnarle l’autoipnosi, che certamente le sarà d’aiuto se lei mi lascia fare alcune domande… ad esempio se si fida di più di suo padre o sua madre. Una domanda che faccio spesso in prima seduta è: “Da piccolino/a, se succedeva qualcosa di brutto, correvi da papà o da mamma?” Lei rimane come folgorata, capisco di aver toccato un nodo e inizio a raccogliere la sua storia dolorosa. Ognuno dei miei pazienti ha la sua, per ognuno di loro è spesso un nodo intoccabile e più o meno invalidante.

S. è venuta al mondo mentre sua madre si trovava in una nota comunità di recupero per tossicodipendenti, sua madre che tutt’ora lavora come educatrice/assistente nella stessa comunità: ”Non mi vuole bene, cioè non gliene frega niente di me… lei aiuta gli altri”. Il padre non è italiano, vive in Francia: “Quando ero piccola lui veniva qualche volta a trovarmi, ma poi mia madre lo ha cacciato via perché si faceva. Lei non lo sopporta e non sopporta neanche me”.

Tuttavia S. a 32 anni continua a vivere con la madre. La odia profondamente, le rinfaccia la perdita del padre, ma non riesce a staccarsi da lei, vive in un’eterna adolescenza in attesa di chissà quale recupero di affetti e di presenze che ormai non avrà più. È completamente invischiata in questa trappola di attese e mancanze e oscilla tra l’odio per chi reputa responsabile dei suoi fallimenti (la madre) e la mancanza di un padre che ha idealizzato, immaginando una vita sicuramente migliore con lui… se solo fosse possibile raggiungerlo, ma non lo è per colpa della mamma che lo ha fatto fuggire.

Inizio a insegnarle l’autoipnosi che nel giro di poche sedute dimostra di padroneggiare discretamente. Decidiamo un immagine, un “luogo sicuro” in cui lei può rifugiarsi quando desidera, le basta stringere pollice e indice della mano sinistra per ritrovarsi calma e tranquilla in quel luogo… dovesse anche trovarsi tra la folla o in un’emozione negativa, con questo riflesso condizionato sarà sempre al sicuro.

Dopo neanche due mesi di lavoro settimanale riporta di dormire meglio e più profondamente (scompare la risatina compulsiva e altri “tic” emotivi e rituali), si scontra meno con la madre, si aspetta meno soluzioni da lei, inizia a cercarle in sé stessa.

In passato ha avuto occasione di lavorare in una piccola attività artigianale. La spingo a riprovarci, mi dice che la titolare è amica della mamma e che non si sopportano, insisto che la contatti e si metta almeno in prova.

Decido di puntare molto sull’indipendenza economica di questa donna. So che la crescita di un individuo non può fare a meno di spazi e mezzi propri che io chiamo “i fondamentali”. Per troppi anni abbiamo creduto e tollerato lunghe terapie introspettive e interpretative, e dimenticato che la libertà e il benessere di una persona passano soprattutto da una sua padronanza di mezzi e libertà di scelte, prima ancora che dalle lunghe infinite elaborazioni e rimuginazioni di lutti, abbandoni, evitamenti.

Con lei faccio leva sul suo grande bisogno di essere guidata e protetta, di compiacermi. In questa fase tollero anche un certo transfert padre/figlia, maestro/allievo che in genere preferisco evitare, ma sento che funziona e lo utilizzo.

A 32 anni suonati, dopo 5 mesi di sedute, S. mi annuncia che ha deciso di andare a vivere con una delle operaie dell’azienda in cui lavora, prenderanno un bilocale… non sta nella pelle dalla felicità. Le sue spalle adesso sono dritte, non ha più il broncio bambinesco con cui è approdata nel mio studio, non è più la vittima di un padre e di una madre che l’hanno messa al mondo, il suo desiderio non è più recuperare il padre perduto (“Se vuole mi cerca lui”) ma diventare padrona del suo tempo (durante la terapia aveva più volte riportato un sogno: io le regalavo un orologio).

Attualmente vedo S. poche volte l’anno. Ultimamente mi aveva chiesto cosa ne pensassi della sua voglia di iscriversi a scienze infermieristiche… ha superato già i primi sei esami.

Riflessioni

In questo caso non abbiamo un vero e proprio trauma, ma una mancata crescita emotiva e un rapporto passivo aggressivo fortemente irrisolto e bloccante. È necessaria una lunga e costosa terapia a caccia di reperti archeologici infantili, rimozioni, vissuti, interpretazioni che il paziente deve a tutti i costi comprendere?

Non è più adeguato fornire mezzi e certezze di movimento nel proprio ambiente e svincolarsi dal ruolo di vittima predestinata? Spesso accettiamo un ruolo pensando che non ce ne siano altri. Una buona terapia dovrebbe dimostrarci che questo è fondamentalmente falso!

Caso 3: un fallimento

Quando T., 46 anni, nubile, commessa, arriva nel mio studio inviata da un comune conoscente, dice di non potersi sedere a causa di un forte mal di schiena. Rimane sulla porta con un’espressione a metà tra pianto e paura. Le chiedo cosa pensa che io possa fare per lei e ne ottengo solo uno scuotimento del capo.

T. si presenta da subito come una paziente psichiatrica (in Italia l’appellativo “psichiatrico” indica sic et simpliciter un paziente fondamentalmente incurabile se non attraverso terapie psicofarmacologiche fortemente invalidanti, raramente risolventi, affidato perlopiù ai servizi sanitari del territorio o addirittura al reparto psichiatrico… una terra di nessuno insomma).

Le dico che non so cosa fare se lei non decide di collaborare un minimo, le chiedo se vuole sdraiarsi almeno sul lettino e ottengo solo che si rifugi in un angolo della stanza dove rimane in piedi 40 lunghi minuti.

Ha un aspetto trascurato, la pelle del viso e i capelli sono come intrisi in un misto d’olio e sudore ed emana un odore poco gradevole nel mio piccolo studio. Mi dice che il titolare del negozio in cui lavora la minaccia in continuazione di licenziamento… io insisto a chiederle cosa posso fare per lei. Al momento sono tutt’altro che certo di poter fare qualcosa, ancor meno tentare una seduta di ipnosi clinica.

Tuttavia mi accorgo presto che il mal di schiena è fittizio. Si muove, quando si muove, con una certa scioltezza e rapidità impensabili con una lombalgia (quando le cadono a terra le chiavi che teneva in mano si abbassa e si rialza con mossa fulminea) ma decido di ignorare la sua finzione, passo un’intera seduta con lei in piedi che racconta una storia di ricoveri, litio e una lunga lista di medici psichiatri. Mi fingo molto interessato ai nomi dei farmaci e dei dottori che T. ha conosciuto e ottengo che negli ultimi minuti della seduta si sieda davanti a me per completare la sua scheda e fissare la prossima seduta… se ne va.

Lei va… torna però con due giorni di anticipo insinuandosi tra un paziente e l’altro dopo una telefonata in cui recita un finto pianto che dovrebbe convincermi a vederla urgentemente.

Rimane ancora una volta in piedi per un po’, accetto questa sua disposizione con noncuranza e le domando se le dispiace che io contatti i servizi psichiatrici che l’hanno in cura. Non oppone alcun tipo di resistenza… anzi lei è contenta se io parlo con la sua dottoressa.

Telefono senza troppe speranze al medico di turno e mi risponde proprio quella dottoressa che ha in cura T. in quel momento. In breve: la paziente è pervenuta ai servizi 10 anni prima da una provincia del sud Italia, aveva già un suo percorso farmacologico, il percorso è stato adeguato negli anni ma neanche tanto (sic), la psichiatra è chiaramente infastidita quando le chiedo notizie più precise su eventuali trascorsi traumatici, su eventuali precise diagnosi… a loro è pervenuta così!

La paziente però è contenta di sentirmi al telefono parlare e chiedere di lei, si siede più vicino alla scrivania, esprime un atteggiamento più aperto e confidenziale adesso. Approfitto per farla stendere sul lettino e tentare una prima tecnica di rilassamento muscolare progressivo che potrebbe anticipare un ipnosi vera e propria (non mi esprimo in questa sede sulle varie diatribe circa l’opportunità di indurre ipnosi in pazienti bipolari/psicotici/psichiatrici in genere, l’ipnosi usata con competenza e da professionisti qualificati non vede casistiche in letteratura che avversano la pratica) nella speranza di aumentare e facilitare il rapporto di fiducia ed entrare almeno in parte nella narrazione del paziente.

Non tento fenomenologie troppo intense, le chiedo soltanto di sentirsi al sicuro, in un luogo dove lei, se vuole… può raccontare quello che vede e che sente.

In sintesi a seguire l’esito di 4 sedute: T. dall’età di 13 anni sino ai 17 inoltrati è stata abusata dal fratello maggiore e dai suoi amici, la cosa avveniva con un rituale di branco sempre uguale… la portavano in una specie di baracca, mettevano canzoni nel mangianastri portatile, facevano i loro comodi (sue parole) e poi si faceva merenda e uso di cannabis tutti assieme. Suo padre e sua madre erano all’oscuro dei fatti… anzi lei trema terrorizzata all’idea che il padre possa venire a saperlo. In seguito T. si trasferisce in collegio dalle suore a Roma e infine all’età di 36 anni a Firenze dove trova un fidanzato poliziotto e un lavoro che si dimostra precario e instabile, come il fidanzato poliziotto che c’è… ma anche no!?

Raccogliendo anamnesi di questa complessità mi è capitato spesso di rimanere, oltre che turbato, perplesso sulla possibilità di attivare un aiuto soddisfacente: la presenza di un trauma così disturbante e ripetuto, vissuto in ambiente degradato, il successivo sradicamento, il fallimento nel cercare di rifarsi una vita, l’oggettiva solitudine in cui la paziente si muove e si esprime autoreclusa nel suo ruolo di malata psichiatrica, ruolo che tutto ricopre e seppellisce nella speranza che nessuno sappia e venga a sapere, mentre il senso di colpa (pare incredibile, ma spesso la vittima è sopraffatta dal senso di colpa) mangia l’anima e la mente giorno dopo giorno.

Il fratello nel frattempo, lui sì, si è rifatto una vita: vive anche lui, scopro con sorpresa, a Firenze e fa l’artigiano, sposato con due figli… che sono la gioia della mia paziente, le si illumina il viso quando parla dei nipoti… ma dice anche che suo fratello non la vuole vedere più di tanto, anzi lei raramente è invitata in casa di lui, nessuno in famiglia la vuole, lei è la zia malata di mente!

Scrivo una lunga email alla dottoressa dei servizi raccontando parte dei fatti e ipotizzando che la malattia di T. sia una difesa conseguente all’evento emerso, ma non ottengo risposta. Cerco di nuovo la dottoressa per telefono, e quando riesco a parlarle le chiedo se non sia il caso di sospendere almeno in parte il trattamento farmacologico così pesante (T. praticamente dorme in piedi da anni, spesso ha lo sguardo fisso e catatonico, non sorprende che il titolare del negozio in cui lavora la minacci spesso di licenziamento e che le sue relazioni affettive siano così inconsistenti).

La dottoressa oppone un rifiuto dapprima freddo e formale, poi astioso e risentito. Le spiego che intendo rispettare il suo ruolo senza nessuna deroga… ma che avrei bisogno di una paziente un po’ più responsiva e reattiva, che potrei tentare di reintegrarla in famiglia, magari invitando nel mio studio il fratello, tentando non un’accusa o una condanna, un regolamento di conti… anzi potrei, con la collaborazione di tutti, fargli capire che sua sorella si è chiusa nella malattia mentale per sfuggire a “quei fatti”, che un chiarimento, un perdono, una condivisione in famiglia, anche solo tra T. e suo fratello nel segreto del mio studio potrebbero far molto per la stabilità mentale della nostra paziente.

La psichiatra dichiara la sua completa refrattarietà al mio progetto, mi dice che se voglio fare il mio lavoro lo faccio (tra l’altro in questo caso totalmente gratuito) ma che lei non si assume nessuna responsabilità di terapie alternative ai farmaci. Mi consulto anche con la paziente e le chiedo se ha voglia di vedere un altro psichiatra per impostare una terapia meno pesante e che ci consenta di lavorare. Lei è fortemente dubbiosa sul fatto di tradire (sic) la sua dottoressa, io non mi sento di insistere.

In seguito a questi contatti fallimentari T., che era quasi convinta del suo rientro in famiglia, della possibilità di “far pace” con suo fratello e recuperare almeno un pezzo della sua vita… ripiomba nel ruolo di “matta”, ritornano i somatismi dolorosi e le assenze sul lavoro che per 2 mesi di terapia si erano attutiti sensibilmente. Per lei la sentenza è: non sei una vittima, non sei recuperabile, resti una malata di mente. Non rivedrò più questa paziente nel mio studio, non mi cercherà più.

Riflessioni

È probabile che una più stretta collaborazione tra professionisti, tra indagine psicologica e terapia farmacologica, tra progetto terapeutico e servizi sul territorio, siano una condizione necessaria, anche se non sufficiente, in casi così tormentati e complessi.

E’ altresì probabile che, nel ruolo della psichiatra di stato che lavora a ore in ufficio e con mezzi e motivazioni limitati a esclusione dei farmaci, anche io avrei provato fastidio nel sentirmi proporre un progetto così articolato e impegnativo, totalmente centrato sul paziente e non sulle linee guida della sanità pubblica.

Una cosa rimane certa: nessuno sta aiutando T. che rimane un numero in una scheda dell’ufficio dei servizi psichiatrici di zona.

Paolo De Donno - Psicolgo-Psicoterapeuta

Iscritto alla facoltà di Medicina e Chirurgia nel 1981 lascia al 4° anno, nonostante in pari con gli esami e i discreti risultati, per seguire la carriera imprenditoriale e in parte la sua passione per la composizione musicale al piano. Ma nel giro di una decina d'anni il destino chiama: conosce e inizia a praticare l'ipnosi, e riprende gli studi laureandosi in Psicologia Sperimentale col prof. David Burr (che nel 2001 aveva già nove pubblicazioni su Nature).

Ha conseguito un Master in Ipnosi Clinica al CIICS di Torino dove riceve il 1° premio per l'anno accademico 2005, a seguire una specializzazione in Psicoterapia Funzionale Corporea alla scuola di Luciano Rispoli che introduce e modifica in senso tutto italiano il vecchio approccio bioenergetico e ne struttura una sintesi particolarmente attenta alle Esperienze di Base del Sé e al Sistema Nervoso Autonomo.

Studio ospedaliero a Firenze, ospedale Santa Maria Nuova, in cui per la prima volta in Italia è stato dimostrato l'aumento di potenza della variabilità cardiaca dopo 10 sedute ipnotiche standardizzate secondo un preciso protocollo. Il protocollo creato da Paolo De Donno verrà in seguito adottato in un ospedale a Basilea ma abbandonato in Italia.

- Pubblicazione scientifica nella Rassegna di Psicoterapie. Ipnosi. Medicina. Psicosomatica e Psicopatologia Forense, a cura del prof. Vincenzo Mastronardi - Sapienza di Roma.

- Studio al S. Raffaele di Milano al seguito del prof. Claudio De Sperati per la ricerca di marcatori dello stato ipnotico attraverso lo studio dei movimenti oculari lenti e della corteccia occipitale.

- Comunicazioni specialistiche in vari congressi FADOI. Autore e ideatore del primo sondaggio italiano sui risultati dell'alimentazione evolutivo/funzionale. Attualmente opera nel suo studio privato a Firenze dove interviene prevalentemente sui disturbi ansioso/depressivi/comportamentali usando lo strumento dell'Ipnosi Clinica.

Bibliografia essenziale e approfondimenti

  • ”Trattato di Ipnosi”, Franco Granone, ed. Utet
  • ”Manuale completo di Ipnosi”, Felice Perussia, ed.Psicotecnica
  • su PubMed si trovano abbondanti riferimenti cercando: Hypnosis and Psoriasis e/o Dermatology

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