Articolo a cura di Paolo De Donno

Abbiamo sempre cercato di lavorare sui diversi problemi da tutti i punti di vista: fisiologici, metabolici, ormonali, ambientali, infettivi e quindi anche psicologici.

In una società fortemente impattante sul nostro stato di salute sia fisico che mentale, coordinare tutti i fattori influenti sul nostro corpo può diventare un’impresa al limite dell’impossibile, soprattutto per quei soggetti in cui la forza mentale è stata messa a dura prova da eventi fortemente traumatici o da ambienti e relazioni invalidanti.

Per questo cerchiamo sempre di non chiudere le porte a terapie che potrebbero fare la differenza in situazioni estreme.

In questo articolo parleremo di droghe che nel mondo occidentale sono considerate illegali.

N.B. Non intendo in alcun modo avallare l’uso di qualsivoglia sostanza psicoattiva, altrimenti detta “droga”, per uso esclusivamente ricreativo e ludico, tantomeno al di fuori di un preciso setting medico-sanitario, ma voglio invece porre l’accento sulle evidenze scientifiche che le portano in prima fila nel combattere il disagio mentale crescente, contro l’evidente fallimento degli psicofarmaci ufficiali.

Ogni anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità ci ripete che le risorse destinate alla salute mentale sono insufficienti di fronte al dilagare dei disturbi a carico del sistema nervoso e del comportamento. E sempre più studi scientifici ci evidenziano l’inconsistenza delle cure psicofarmacologiche di ogni tipo. Ormai è opinione comune che anche le ultime classi di SSRI (inibitori della ricaptazione della serotonina) sono in quanto a efficacia di poco superiori al placebo.

Le psicoterapie, di qualunque approccio, sono sempre più costose e comunque di difficile verifica sperimentale. Prevedono tempi incerti e modalità inaccessibili ai più, soprattutto al di fuori dell’emisfero occidentale, quello del benessere, quello più malato.

Di fronte a un’emergenza di questa portata è legittimo indagare altre forme, altre possibilità di aiuto ai milioni di sofferenti?

Esiste un sottobosco, tutt’altro che freak/hippie style e approssimativo, ma senz’altro fuori dai canali ufficiali e protocollari, in cui si sta sperimentando con successo una serie di sostanze cosiddette “psicoattive” che forse vale la pena conoscere meglio.

LSD, ayahuasca, ecstasy (MDMA) e cannabis potrebbero essere la nuova frontiera della psicoterapia.

LSD: il rinascimento psichedelico

Proprio “rinascimento” è il vocabolo usato da una serie di pubblicazioni e documentari che si ripropongono un obiettivo, semplice quanto ambizioso: togliere dall’LSD (dietilamide-25 dell’acido lisergico), un potentissimo psicotropo allucinogeno, quel velo di “droga degli Hyppies”, droga da esaltazione così spesso abusata e fraintesa tanto che alla fine degli anni ‘60 il governo americano (e tutti gli alleati a seguire) ne proibirono l’uso e la diffusione, innescando così una serie di guerre e massicce reazioni politico-militari note a tutt’oggi come “lotta al narcotraffico”.

Poco importa se nel frattempo vari scienziati e persino clinici di una certa fama avevano già documentato eccezionali risultati su pazienti anche famosi (è noto il caso dell’attore Cary Grant curato all’interno dello Psychiatric Institute of Beverly Hills nel 1958) e che tutti, nessuno escluso, hanno riportato miglioramenti fino alla completa remissione di patologie mentali che vanno dal PTDS (disturbi post-traumatici) all’ansia e alla depressione.

E allora? Cosa dobbiamo credere? LSD come droga che evoca scenari di sfrenata scelleratezza e gioventù bruciata o… un’occasione dataci dalla scienza per intervenire sic et simpliciter su quella straordinaria macchina che è il nostro cervello?

Fondamentale dire che l’LSD è l’unica sostanza illecita e classificata “droga pesante” dalla DEA (Drug Enforcement Agency) americana che tuttavia non crea dipendenza, non è tossica e non si conoscono casi di overdose se si eccettuano aneddotici racconti (mai verificati) di soggetti che si gettano dalla finestra credendo di volare.

Lo stesso scopritore della sostanza, Albert Hofmann, un chimico svizzero, ne assunse nel 1938 una dose spropositata, 0,25 mg (per intenderci, oggi il dosaggio usato nella clinica e nella ricerca è di MICRO e non MILLIgrammi) e… tornò a casa in bicicletta, in preda ad allucinazioni ma sano e salvo. Tra l’altro questo scienziato è vissuto 102 anni.

Stava lavorando sull’ergot, un fungo altamente tossico parassita della segale (le ostetriche lo usavano da secoli per accelerare il parto). Lui ne estrasse il principio per la Sandoz, gigante farmaceutico già all’epoca, che nel 1949 lo diffuse sul mercato col nome di Delysid. Già allora si era già compreso l’enorme potenziale terapeutico della sostanza.

LSD: cosa fa al nostro cervello?

Riporto dalla rivista Scientific American:

«Si osserva un aumento del flusso sanguigno nella corteccia visiva e dell’attività delle connessioni fra i neuroni durante lo stato di riposo, la destabilizzazione di alcune reti di comunicazione cerebrali in parallelo all’emergere di altre, e caratteristiche variazioni nelle oscillazioni cerebrali nella banda delle onde alfa e delta, alcune delle quali correlate all’intensità delle allucinazioni visive e altre all’esperienza di dissoluzione dell’Io [per i non esperti sottolineo che una tale “tempesta” cerebrale è in realtà molto meno dannosa e soprattutto più efficace di un elettroshock tutt’oggi praticato “legalmente” in molti ospedali psichiatrici, NdA].

Sono questi i principali effetti sul cervello provocati dall’LSD, scoperti da un gruppo internazionale diretto da David J. Nutt dell’Imperial College di Londra grazie all’uso contemporaneo e coordinato di diverse tecniche di neuroimaging d’avanguardia. Lo studio – pubblicato su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) – ha interessanti implicazioni per la neurobiologia della coscienza e indica potenziali applicazioni dell’LSD per la ricerca psicologica e psicopatologica».

E ancora, in uno studio riportato su Science and Society nel 2014 si pone l’enfasi sulla capacità dell’LSD di amplificare all’inverosimile il network neurale, intere regioni della corteccia che non hanno mai comunicato iniziano a farlo. Nuove connessioni si stabiliscono, altre si disorganizzano.

Certamente ne risulta un fenomeno apparentemente drammatico e da valutare con cautela, ma se questo fosse fatto sotto la guida di clinici esperti e con un target preciso, ad esempio per il superamento di gravi stati ansioso-depressivi o la disassuefazione da sostanze dannose?

Sembra paradossale, ma l’LSD ha aiutato decine di persone a liberarsi da alcol, tabacco ed altre dipendenze. Date un’occhiata alla prossima immagine che forse dice più di mille parole.

Connessioni cerebrali prima e dopo l'uso di LSD

A sinistra prima dell’assunzione e a destra dopo somministrazione di pochi microgrammi di LSD: appare chiaramente un incremento drammatico delle connessioni elaborate dal programma computerizzato che rileva le comunicazioni da una zona all’altra della corteccia cerebrale

Talamo e ipotalamo filtrano le informazioni che arrivano dall’ambiente al nostro cervello prima di lasciarle arrivare alle parti evolute della corteccia, sulla base di una maggiore o minore importanza acquisita dalle esperienze del passato. E se in passato abbiamo avuto un trauma? Ne risulta, detto in sintesi, un irrigidimento e un forte scadimento dell’efficienza della lettura del presente.

L’LSD sembra prima scardinare e poi riconfigurare queste stazioni e sottostazioni cerebrali: ne consegue un’integrazione più adattiva dell’esperienza traumatica. Con i farmaci al momento a disposizione questo è semplicemente impossibile, con le psicoterapie più in voga lo si ottiene con tempi lunghissimi. Naturalmente stiamo sempre facendo riferimento a un setting terapeutico clinicamente gestito, in cui il paziente steso su un lettino vive e rivive l’esperienza e in ogni momento ha il supporto di un esperto psichiatra o psicologo.

Ha affermato Katrin Preller, ricercatrice del progetto presso l’Ospedale universitario per la psichiatria di Zurigo: “Il farmaco permetteva a un maggior numero di informazioni di fluire dal talamo, una sorta di gatekeeper neurale (neuromodulazione), verso una regione chiamata corteccia cingolata posteriore, e arginava il flusso di informazioni a un’altra parte nota come corteccia temporale.”

E se davvero fosse possibile “riconfigurare” i nostri vissuti, le nostre esperienze in modo da integrare al meglio l’informazione di cui siamo letteralmente costituiti in quanto soggetti pensanti e agenti? Dissolvere un Ego divenuto sofferente e disadattato per poi “ricostruirlo” in maniera ottimale?

L’enorme mole di lavori che si trovano in rete sulla materia testimoniano un crescente interesse in questa direzione. Una cosa è certa: la psicofarmacologia così com’è oggi ha bisogno di nuove armi e nuovi paradigmi. E forse sono già qui da anni e non ce n’eravamo accorti.

Ayahuasca o DMT (Dimetiltiptammina)

Si tratta di una particolare mistura, e non di una sostanza creata in laboratorio. Prevede una complicata “ricetta” i cui ingredienti base sono una liana, la Banisteriopsis Caapi, e un arbusto, il Psychotria Viridis. Usata in Amazzonia e Sud America, in genere ha fama di pianta visionaria di straordinarie capacità trasformative e taumaturgiche dell’Ego nonché del corpo.

Uno studio psichiatrico del 2018 su 1947 persone membri della União do Vegetal ha constatato una riduzione nel consumo di alcol e tabacco da parte dei membri da quando hanno preso parte alle cerimonie. Un altro studio sui membri del Santo Daime ha riportato una riduzione dei sintomi dei disturbi d’ansia a seguito del periodo d’assunzione dell’infuso.

Nel 2018 quaranta dipendenti da crack hanno assunto ayahuasca nel corso di uno studio scientifico riportando una riduzione dei sintomi e generali miglioramenti a seguito della terapia. In uno studio condotto all’interno di un gruppo di praticanti della União do Vegetal, l’ayahuasca si è mostrata efficace nel trattamento dell’alcolismo e della dipendenza indotta dall’abuso di sostanze stupefacenti.

Inoltre è stato suggerito che l’ayahuasca possa essere utile per il trattamento dei disturbi mentali nei quali si sospetta un deficit del metabolismo della serotonina quali depressione, autismo, schizofrenia, sindrome da deficit di attenzione e iperattività.

Come funziona? Sull’ayahuasca (o DMT) sono stati pubblicati studi in cui tecniche di neuroimaging sono state usate per determinare le aree cerebrali che vengono attivate dopo l’ingestione dell’ayahuasca.

Questi studi dimostrano che l’ayahuasca attiva le aree corticali e paralimbiche. In specifico, nel primo di questi studi, un incremento bilaterale nella perfusione cerebrale era stato riscontrato nel giro frontale inferiore e nell’insula anteriore, essendo l’attività più intensa nell’emisfero destro.

Attivazioni nel cingolato anteriore e nella corteccia mediana frontale dell’emisfero destro, aree coinvolte nella consapevolezza dei processi introspettivi ed emozionali, come anche dell’eccitazione emotiva, sono state ugualmente riscontrate. È stato registrato anche un aumento dell’afflusso di sangue nella corteccia cingolata anteriore ventrale e nell’area subcallosa, strutture legate alla presa di decisioni e alle emozioni.

Come per l’LSD, anche la DMT vede il massiccio coinvolgimento dei recettori della serotonina. Queste popolazioni ne conoscevano i benefici da tempo immemorabile.

Sarebbe interessante capire il perché la moderna industria farmaceutica continua a “giocherellare” con la serotonina (leggi “ansia” e “depressione” ed “SSRI”) pur non ottenendo gli stessi risultati di questi sciamani non laureati.

MDMA (metilenediossimetanfetamina)

Indovinate un po’? Anche l’MDMA, altrimenti detta ecstasy, agisce sui neuroni che producono e rilasciano serotonina. Scoperta da Fritz Haber nel 1898 e brevettata dalla Merck nel 1914, i suoi effetti sull’uomo sono stati esaminati con attenzione soltanto a partire dai primi anni ’70, quando A. Shulgin risintetizzò la molecola e ne sperimentò personalmente gli effetti.

Egli si rese conto che l’MDMA, assunta per bocca alla dose di 100/150mg, pur conservando in forma attenuata l’azione stimolante tipica delle amfetamine, induce un’esperienza piacevole che inizia a manifestarsi dopo 20/30 minuti e si mantiene per 4/6 ore.

Questa condizione, simile a un sentimento d’amore senza esacerbazione del desiderio sessuale, è caratterizzata da ansia difensiva ridotta, umore elevato, introspezione più acuta e migliore capacità di articolazione di stati e sensazioni, senza alterazione della percezione o difficoltà di orientamento.

In considerazione di questi effetti entattogeni, dalla seconda metà degli anni ’70 fino al 1985, anno in cui la DEA ha inserito l’MDMA nella categoria più restrittiva del Controlled Substance Act (CSA), molti psicoterapeuti statunitensi somministrarono la sostanza ai loro pazienti come farmaco integrativo al trattamento.

Alcuni di questi professionisti sostengono ancor oggi che l’MDMA facilita il raggiungimento dei risultati attesi con la psicoterapia, migliorandone l’efficacia. Oltre agli effetti entattogeni, l’MDMA manifesta nell’uomo azione antifame e antifatica e provoca aumento di frequenza cardiaca, pressione arteriosa e temperatura corporea, nonché midriasi, secchezza alle fauci e tensione alla mascella. Nel ratto l’MDMA incrementa l’attività locomotoria orizzontale, la temperatura corporea e la frequenza cardiaca.

Non sorprende che tanti corpi militari d’elìte, dalle SS di Hitler agli specialisti di CIA e FBI passando per le guardie repubblicane di Saddam Hussein e le Specnaz sovietiche, abbiano tentato di appropriarsene per creare i cosiddetti “supersoldati”.

Canapa (cannabis sativa/indica)

Sapevate che fino ai primi del ‘900 del secolo scorso noi italiani eravamo tra i più grandi produttori di canapa del mondo? Sapevate che la presenza di cannabis nelle americhe, cioè nel Nuovo Mondo, pare si registri solo dopo lo sbarco di Cristoforo Colombo? Sapevate che la marina britannica contava sui nostri stabilimenti nell’Italia del nord per rifornirsi di vele e cordame a base di canapa?

Sapevate che più di un medico dell’epoca consigliava di consumare le infiorescenze della canna ai suoi pazienti malinconici, sofferenti per vari disturbi fisici o semplicemente per fargli superare una brutta giornata, così come oggi il medico di base consiglia Valium o sonniferi vari?

Insomma, almeno questa di cui parleremo in queste righe è una sostanza psicotropa che in Italia dovremmo conoscere e apprezzare molto bene. E forse non è un caso che sia l’unica “droga” prodotta dallo stato (Istituto Farmaceutico Militari di Firenze) e che, con qualche pur limitata difficoltà, è prescrivibile con ricetta sanitaria dal vostro medico di base che vi manderà in farmacia a prendere il vostro flaconcino di CBD… in qualche regione gratuitamente.

Le due sostanze principali sono tetraidrocannabinolo (THC) e cannabidiolo (CBD). Quest’ultimo è una frazione appositamente privata del primo. Perché? Semplice.

Perché il THC è implicato in quei famigerati aspetti e effetti psicoattivi che, abusati in lungo e in largo sul pianeta, hanno finito per costruire nell’immaginario la rappresentazione della “droga da sballo”, lo spinello, la canna, ecc.

Quindi, se il CBD persino in Italia è stato sdoganato grazie a una mole enorme di rapporti scientifici, ed è prodotto e sperimentato nei nostri ospedali per disturbi che vanno dalla fibromialgia al deficit attentivo, per il fratello hippie, il THC, ci vorrà ancora un po’ di pazienza. Ma anche qui non mancano report favorevoli per patologie che arrivano fino al tumore.

E questo in una semplice pianta che i nostri bisnonni potevano incontrare spessissimo in una passeggiata in campagna, e che ora vi fa rischiare il carcere se solo provate a portarvene a casa l’equivalente di un mazzo di fiori o di un cesto di lattuga!

Proviamo a capire di più sulla cannabis

Il THC è il principale composto psicoattivo contenuto nelle piante di cannabis ed è il responsabile del cosiddetto “high” provocato dalla marijuana. Gli effetti del THC variano a seconda della sua concentrazione, ma anche piccole percentuali possono stimolare a livello cerebrale. Normalmente si avvertono sensazioni di euforia, rilassamento, appesantimento e appetito (come la famosa fame chimica che molti di voi conosceranno).

Tuttavia è proprio questa capacità di alterare i sensi che ha reso illegale il THC in gran parte del mondo. Pur trattandosi di un composto psicoattivo considerato illegale in molti Paesi, il THC ha mostrato interessanti proprietà anche nel campo della medicina. Essendo il primo composto scoperto all’interno delle piante di cannabis, la ricerca ha già ottenuto promettenti risultati per una sua eventuale applicazione con fini terapeutici.

È stato infatti dimostrato che il THC può agire efficacemente contro malattie croniche o gravi e disturbi di varia natura, offrendo sollievo e riducendo i dolori laddove i convenzionali farmaci hanno fallito o non possono essere utilizzati per i loro effetti collaterali dannosi.

Ora che abbiamo compreso meglio le proprietà del THC, possiamo affrontare con maggiore facilità i benefici offerti dal CBD, così come le differenze che separano questi due cannabinoidi.

La principale differenza è che il CBD è un composto non psicoattivo, ovvero non provoca alcun “high”. Ciò ovviamente è stato accolto con particolare entusiasmo dal mondo scientifico e medico, ma le sue potenziali applicazioni sull’uomo sono ancora oggi in fase di studio.

Grazie alle sue proprietà non psicoattive, questo cannabinoide è considerato sicuro e, ancora più importante, legale in tutto il mondo. Tuttavia la stretta parentela con il THC tende a mettere erroneamente sullo stesso piano questi due composti.

Ma adesso che sappiamo che il CBD è sicuro e legale, quali sono le sue reali e potenziali applicazioni?

Il CBD ha dimostrato di essere particolarmente efficace nel trattamento contro la schizofrenia, il disturbo d’ansia sociale e la depressione oltre a contrastare molti altri sintomi psicotici.

Le persone affette da questi disturbi riescono a migliorare la loro qualità di vita grazie alle proprietà terapeutiche di questo cannabinoide, senza però essere costrette a gestire anche gli effetti collaterali potenzialmente indotti dal THC, come l’alterazione dei sensi e le sensazioni di appesantimento e di letargia.

Oltre ad aiutare nelle terapie contro alcuni sintomi psicotici, il CBD viene anche usato nel trattamento di malesseri fisici come infiammazioni, emicranie, artriti e spasmi muscolari, dando a questo cannabinoide una connotazione terapeutica ancora più ampia.

Allo stesso tempo, essendo un composto molto versatile, il mondo della medicina continua ancora oggi a studiarne tutti i possibili effetti per poter così delineare con maggiore precisione le sue applicazioni in campo medico. La lentezza con cui la ricerca si muove in questa direzione è principalmente dovuta all’immagine che la società moderna ha del THC, considerato il leone aggressivo dei principi attivi della cannabis, assolutamente da evitare.

Tuttavia, per quanto gran parte degli studi si trovi ancora in alto mare, ciò che rende ancora più interessante l’approccio scientifico verso il CBD è che si potrebbero scoprire altre interessanti proprietà terapeutiche, rilanciando nuovamente il settore della cCannabis in un contesto ancora più positivo.

Attualmente il CBD viene considerato un integratore alimentare ed è di libera vendita.

Considerazioni finali

A conclusione di questa rapida e sicuramente insufficiente presentazione di alcune tra le più note sostanze psicoattive che oggi si usano anche in medicina e psicoterapia, vorrei lasciare la parola a una collega, la dottoressa Tania Re.

Oltre a essere ipnologa e psicologa-psicoterapeuta come il sottoscritto, Tania Re è anche antropologa e ha una particolare specializzazione circa l’argomento trattato. Sperimenta queste sostanze, soprattutto cannabis, in un reparto ospedaliero a Firenze e in ambulatorio privato a Torino e Lugano. È autrice di numerosi studi che coinvolgono specialisti sull’intero pianeta.

L’ho pregata di aiutarmi nella stesura di questo articolo e questa è stata la sua gentile risposta:

«Le ricerche storico-antropologiche registrano un utilizzo molto antico di tali sostanze: in molte culture di tipo sciamanico (Sud America, Siberia, India…) vengono considerate “piante maestre” ovvero piante che permettono la connessione con le proprie capacità divine.

Grazie alle loro proprietà, permettono di raggiungere “stati non ordinari” di coscienza, e in alcuni casi vere e proprie esperienze mistiche. Tali stati di coscienza possono sorgere attraverso diverse pratiche, come la meditazione, la respirazione olotropica, lo yoga, la deprivazione sensoriale o addirittura a livello spontaneo come nel caso dei mistici.

L’esperienza riportata dai ricercatori statunitensi ha offerto dati molto incoraggianti sui benefici di questo tipo di esperienze. La ricerca sviluppata negli USA, in linea generale, tende a seguire protocolli molto rigidi nella ricerca, in cui giocano un ruolo fondamentale il “set” (lo stato attuale e la storia clinica e biografica del paziente), il “setting” (l’ambiente in cui avviene l’esperienza) e la sostanza (tipologia, dosaggio, qualità e quantità).

Il “setting” solitamente prevede una stanza accogliente con un divano che verrà utilizzato durante la sessione, una maschera per coprire gli stimoli visivi, delle cuffie collegate a uno stereo e di solito due psicoterapeuti che sono a disposizione per qualsiasi necessità.

Il target prevede rigide scelte di inclusione o di esclusione per la partecipazione alla ricerca. Ad esempio sono state esposte molte ricerche con l’utilizzo di MDMA per:

  • pazienti con una diagnosi di PTSD (disturbo post traumatico da stress)
  • pazienti con diagnosi di “depressione maggiore”, seguiti con sessioni di psilocibina
  • pazienti con uno stato avanzato di cancro, con sintomi depressivi, trattati con psilocibina e psicoterapia)
  • valutazioni pre e post trattamento attraverso la somministrazione di questionari psicologici
  • sessioni di psicoterapia per integrare le esperienze vissute e trovare collegamenti utili alla persona nella propria vita quotidiana

I pazienti spesso riportano esperienze di dissoluzione dell’Ego che, grazie alla tecniche di neuroimaging, sappiamo essere connesse con una netta diminuzione di attività di una zona del cervello chiamata DMN (Default Mode Network). Tale zona sembra essere iperattiva durante episodi di ruminazione e rimuginio, tipiche negli stati depressivi, e gioca un ruolo importante anche nella capacità di introspezione e nello sviluppo della teoria della mente, ovvero la capacità di saper “leggere” e interpretare le emozioni degli altri.

Inoltre sostanze come l’MDMA o l’ayahuasca, che sviluppano un grande stato di empatia, fiducia e compassione, permettono l’emergere di memorie antiche precedentemente rimosse, facilitando l’elaborazione dei traumi.

I campioni statistici sono ancora limitati per ovvie ragioni “pratiche” e per la difficoltà di ottenere i permessi, ma i risultati hanno messo in luce le grandi proprietà di questi antichi rimedi, in un contesto sicuro e controllato».

Quindi, se ho scritto qualcosa di utile, sono sicuro che da oggi in poi, quando sentirete la parola “droga”, avrete qualche dubbio in meno sulla possibilità che certe sostanze, usate correttamente nel setting e nel dosaggio, possano davvero essere d’aiuto all’uomo del 21° secolo.

Chissà, forse anche la grande industria farmaceutica inizia a preoccuparsene. Le criminalizzerà ancora? Accoglierà i nuovi dati scientifici? Vedremo. Ma ricordiamoci anche che alle nostre spalle abbiamo centinaia di generazioni di Homo Sapiens che conoscevano bene certe sostanze e il loro uso.

Buffo che noi moderni, quando vogliamo farci veramente del bene, non dobbiamo far altro che andare a cercare nella farmacia dell’antenato… o no?

Paolo De Donno – Psicolgo/Psicoterapeuta

Iscritto alla facoltà di Medicina e chirurgia nel 1981 lascia al 4° anno, nonostante in pari con gli esami e i discreti risultati, per seguire la carriera imprenditoriale e in parte la sua passione per la composizione musicale al piano. Ma nel giro di una decina d’anni il destino chiama: conosce e inizia a praticare l’ipnosi, e riprende gli studi laureandosi in Psicologia Sperimentale col prof. David Burr (che nel 2001 aveva già nove pubblicazioni su Nature).

Ha conseguito un Master in Ipnosi Clinica al CIICS di Torino dove riceve il 1° premio per l’anno accademico 2005. A seguire una specializzazione in Psicoterapia Funzionale Corporea alla scuola di Luciano Rispoli, che introduce e modifica in senso tutto italiano il vecchio approccio bioenergetico e ne struttura una sintesi particolarmente attenta alle esperienze di base del Sé e al Sistema Nervoso Autonomo.

Studio ospedaliero a Firenze, in cui per la prima volta in Italia è stato dimostrato l’aumento di potenza della variabilità cardiaca dopo 10 sedute ipnotiche standardizzate secondo un preciso protocollo. Il protocollo creato da Paolo De Donno verrà in seguito adottato in un ospedale a Basilea ma abbandonato in Italia.

S. Raffaele di Milano al seguito del prof. Claudio De Sperati per la ricerca di marcatori dello stato ipnotico attraverso lo studio dei movimenti oculari lenti e della corteccia occipitale. Comunicazioni specialistiche in vari congressi FADOI. Autore e ideatore del primo sondaggio italiano sui risultati dell’alimentazione evolutivo/funzionale.

Attualmente opera nel suo studio privato a Firenze dove interviene prevalentemente sui disturbi ansioso/depressivi/comportamentali usando lo strumento dell’ipnosi clinica.

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